Nobody’s Mother: il volto sconosciuto della maternità

Il quadro è quasi sempre idilliaco, i mass media e la società hanno le idee ben chiare su come mistificare la realtà. La nostra mente recepisce ogni giorno l’immagine paradisiaca della maternità e del rapporto madre-figlio, fatto di tenerezza, affetto, comprensione: un amore assoluto della madre nei confronti del proprio bambino. Ma dietro al marketing pubblicitario e alla conquista emozionale del consumatore, si cela una verità ben diversa, una verità in cui non c’è un istinto materno e la maternità, idolatrata dalla notte dei tempi, è solo un passaggio obbligato  che incatena le  madri ad una realtà avulsa da loro stesse, dai propri desideri e dalla loro identità.

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La questione della  maternità sbagliata è stata sollevata da una sociologa israeliana Orna Donath, nel libro Regretting Motherhood, un’opera che ha voluto smantellare i falsi miti della gravidanza e della maternità attraverso le testimonianze di 23 donne, diventate madri infelici. «Se tornassi indietro non lo farei più», «già quando ero incinta sapevo che me ne sarei pentita», «appena è nato ho subito capito che ero di fronte a una catastrofe», sono alcune delle frasi che scandiscono la ricerca della dottoressa Donath.

Secondo la ricercatrice israeliana, alla base della maternità sbagliata è presente il rimorso, usato dalla società come strumento per minacciare le donne, mostrando loro un’immagine terrificante di un futuro senza figli, un domani intriso di rimpianti per aver perduto l’occasione di diventare madre. (Regretting Motherwood: A Sociopolitical Analysis, article in Signs Journal of Women in Culture and Society, December 2015, pg 347)

Le donne intervistate hanno dai 30 ai 50 anni, appartengono a classi sociali diverse e hanno conseguito titoli di studio differenti, dalla qualifica professionale alla laurea.

Odelya, 26 anni, è divorziata ed è madre di un figlio,  ma già da quando era piccola era convinta di non volere un bambino. «Durante la gravidanza mi sono pentita. Ho capito che era uno sbaglio» dice Odelya che con la maternità ha avvertito «la perdita del proprio controllo, della libertà e del tempo». (Regretting Motherwood: A Sociopolitical Analysis, article in Signs Journal of Women in Culture and Society, December 2015, pg 356)

La testimonianza di Tirtza è ancora più forte e più rappresentativa del disagio di una giovane donna davanti alla maternità. «Dopo una settimana dal parto, mi sono detta che era una catastrofe. Ho visto immediatamente che non era per me, anzi e non solo non era per me: è l’incubo peggiore di tutta la mia vita. Non avevo alcun interesse a diventare madre. Era un’anomalia per me. Quando mi sento chiamare mamma, mi guardo attorno per vedere chi mi chiama e quale madre sta chiamando».(Regretting Motherwood: A Sociopolitical Analysis, article in Signs Journal of Women in Culture and Society, December 2015, pg 357)

Maternità: istinto o fragile sentimento?

Le 23 donne intervistate hanno aperto uno squarcio sul velo idilliaco falsamente tramandato da generazione in generazione. Secondo Donath, l’istinto materno non è scritto nel dna femminile, non è qualcosa che ci è proprio, non è un automatismo al quale tutte dobbiamo imperativamente rispondere. Si tratta invece di un sentimento, e il sentimento non può essere assoluto, perché le donne sono individui e l’individualismo fa parte della nostra natura come l’esigenza aristotelica di essere animali sociali e di vivere in comunità. La maternità è vista dalla sociologa come una lotta con cui si può arrivare alla conquista progressiva di amare un bambino, (abbandonando con cautela il proprio Io).

Un esempio di mamma famosa e cattiva è il premio Nobel Doris Lessing, la quale lasciò i figli quando si trasferì dal Sud Africa a Londra per seguire la carriera:  «Non c’è niente di più noioso per una donna intelligente che dedicare un’infinita quantità di tempo a dei bambini piccoli», scrisse.

Oltre alle cause interne, il fenomeno della regretting motherhood trova un terreno fertile in tutte quelle società in cui non c’è parità di genere in ambito lavorativo e domestico, relegando così la donna al ruolo di wonderwoman.

La donna quindi sempre più sola e schiacciata dalla  famiglia e dalla società che la considera ancora il genitore guida, sulle cui spalle pesa tutta la gestione familiare e casalinga. Secondo una ricerca Eurostat, nel nostro Paese le donne dedicano più di 5 ore al giorno alla cura della casa e del nucleo familiare, mentre per gli uomini il tempo viene investito esclusivamente nelle attività lavorative.

La rivista Pagina99, mette in evidenza come molte madri hanno sofferto per le rinunce lavorative, dopo tanti anni di sacrificio. «Il mio compagno è presente, ma sono soprattutto io a dovermi occupare di mia figliaperché lui torna tardi la sera – ha affermato Ilaria, una ricercatrice di 36 anni- Io sono quella che cerca di conciliare la vita familiare con la carriera ed è così difficile che sto pensando al part-time, pur sapendo bene che sarebbe una sconfitta, perché manderei all’aria tutti gli sforzi che ho fatto».

Lungi dal condannare la maternità e tutte coloro che decidono di dare la vita, lo scopo di questo articolo non ha nessuna radice femminista e nessuna volontà di ferire i sentimenti di tante mamme che lottano ogni  giorno per i propri bambini. Ma è anche giusto dare voce alle donne in difficoltà, che non si ritrovano nel ruolo di madre. È opportuno ricordare che siamo individui, donne capaci di decidere liberamente di non donare la vita qualora non ci si senta adeguate ad un ruolo così grande, ad un sentimento cosi profondo e imperfetto qual è quello di una mamma per il figlio. E di vivere questa rinuncia senza essere tacciate di egoismo e di irresponsabilità: perché non c’è niente di peggio che mettere al mondo un figlio senza volerlo veramente.

 

Benedetta Cucchiara