Il tempo delle donne

 Riflessioni e curiosità sociologiche sulle differenze di genere italiane

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Gli Arapech, antiche popolazioni della nuova Guinea, vivevano in una condizione di perfetto equilibrio tra i sessi, dove le donne e gli uomini dividevano equamente il loro tempo nell’allevamento dei figli e nel procacciamento dei viveri.
Questa tribù è storicamente esistita, ma la nostra modernità ci ha decisamente allontanati da questo modello e oggi pochissime persone si chiedono come viene impiegato il tempo dagli uomini e dalle donne contemporanee. Per molti potrebbe sembrare un argomento pleonastico, al limite della frivolezza. Eppure, dietro ad una argomento apparentemente banale fa capolino un problema più serio, cioè quello delle differenze di genere nella vita sociale.
L’Italia è il paese della diversità, diversità che non significa eterogeneità culturale, ma netta separazione dei ruoli; uomo e donna appartengono a galassie diverse, lontane milioni di anni luce e le marcate differenze tra i due sessi vanno a modificare negativamente il tempo libero, lavorativo e domestico delle italiane, costrette a guardare i modelli di parità che il resto dell’Europa ci propina incessantemente.
Per renderci conto che siamo ultimi in tutto, anche nelle curiosità, dobbiamo tuffarci nelle seguenti cifre dall’alto potere riflessivo.

Numeri curiosi e  disastrosi

Le statistiche ci danno sempre contro e le colonnine dei grafici non sono mai clementi con noi, facendoci spesso sfigurare davanti al “mondo dell’avanguardia sociale”, soprattutto per quanto riguarda le differenze di genere.
I numeri dell’OCSE esprimono con chiarezza la nostra situazione: le donne italiane si dividono tra fornelli, pulizie e assistenza per un totale di 3 ore e 40 minuti al giorno in più rispetto agli uomini. Peggio di noi solo Messico, Turchia e Portogallo. L’Eurostat affonda il coltello nella piaga, specificando i minuti al giorno dedicati dalla donna alla cura della casa: 320.
Dobbiamo aggiungere che l’Italia presenta un mortificante primato perché, classificati come i fanatici delle pulizie, gli italiani si dedicano a lavori non retribuiti in misura maggiore rispetto agli altri paesi e la nostra percentuale è la 5° più elevata dell’area OCSE.

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L’angelo del focolare è sempre italiano

Donne single contro donne sposate. L’eterno dilemma “mi sposo o non mi sposo”, si risolve definitivamente osservando la condizione della donna italiana.
Il rapporto ISTAT del 2012 intitolato Uso del tempo e ruoli di genere, conferma l’esistenza di un abisso tra il tempo degli uomini e quello delle donne. Mentre le giovani single presentano un tasso di attività extracasalinghe abbastanza elevato, le donne sposate vedono il livello del loro impegno lavorativo calare lentamente, livello che crolla con l’arrivo dei figli.
E per gli uomini? Il matrimonio e la nascita di un figlio non scalfiscono minimamente la loro carriera, anzi si delinea una vera e propria divisione dei compiti parentali: se le mogli riducono i loro impegni fuori casa, i mariti li potenziano, creando una situazione peculiare, non presente negli altri paesi OCSE. Se è vero che a livello internazionale la condizione maschile non si differenzia molto, è anche necessario sottolineare che, mentre negli Stati Uniti e in Francia gli uomini si “addomesticano” con l’arrivo dei figli, in Italia questo fenomeno non esiste e solo con il pensionamento possiamo parlare di casalinghi.
Le donne sono poco coinvolte nel mercato del lavoro, ma non si può dire lo stesso per quanto riguarda la cura della famiglia, che inchioda per tutto il ciclo di vita mogli e madri italiane alle 51 ore settimanali spese in attività domestiche(contro le 21 ore dei mariti). Agli antipodi troviamo le svedesi, che dedicano alla casa solo 8 ore.
Abbandonando lo studio del tempo occupazionale, cosa possiamo dire del tempo libero?
Le mamme italiane possono tirare un sospiro di sollievo perché l’età prescolare dei figli genera una segregazione domestica universale, chiudendo il rubinetto delle ore da dedicare agli svaghi: in tutti l’Europa le donne spendono gran parte del loro tempo alla cura del nido familiare.
Purtroppo, quando l’età dei figli aumenta, le differenze tra i vari Stati si fanno notare. Con l’inizio delle attività scolastiche le madri svedesi hanno a disposizione molto tempo per se stesse , tempo che è addirittura più elevato rispetto a quello dei loro mariti. In Italia, il legame con il focolare domestico si rafforza sempre di più e perdura fino alla maturità,anzi alla vecchiaia della prole: in questo caso, inspiegabilmente, le donne non riescono a raggiungere lo stesso livello di tempo libero degli uomini, neanche quando i figli abbandonano la casa dei genitori.
Secondo i dati di questo rapporto le donne,  per aver più tempo per se stesse, devono aspettare la solitudine della tarda età o la vedovanza. Un’attesa un po’ troppo lunga.

Baby casalinga  versus baby managerscopa

Continuando la lettura della relazione, l’ISTAT sottolinea che la dedizione femminile alla casa non dipende solo dalle barriere create dal mercato del lavoro o dalla mancanza di sostegni pubblici alle neomamme, ma deriva anche da un fattore culturale stereotipato e intrappolato nel passato.
Molte famiglie continuano a educare tradizionalmente i loro figli,  separando nettamente i ruoli e spingendo le figlie a contribuire maggiormente ai lavori domestici rispetto ai figli maschi (un’ora contro 22 minuti al giorno!). La riproduzione da parte dei genitori di ruoli di genere estremi (padre lavoratore e madre casalinga), sviluppa nei bambini una visione estremamente rigida della loro posizione futura nel mondo lavorativo e sociale. Spesso le madri casalinghe trasformano le figlie in preziosi contributi nella cura della casa, sollevando non solo se stesse dall’imponente mole di lavoro domestico, ma anche i mariti e i figli maschi , il cui impegno casalingo è già esiguo.
La socializzazione, intesa come un’insieme di processi volti ad assicurare al minore le competenze sociali di base, risulta pregna di disuguaglianza. Infatti, le statistiche dimostrano che numerose bambine dai 3 ai 10 anni sono molto più coinvolte nelle attività domestiche rispetto ai maschi della stessa età: esse preparano i pasti (11, 1% contro il 5,4%), puliscono e riordinano la casa (15 % contro l’11,7%). L’impegno casalingo delle bambine-donne aumenta proporzionalmente con l’aumento delle componenti maschili nella famiglia perché, in presenza di uno o più fratelli, le attività domestiche gravano sempre di più sulle spalle delle madri e delle figlie e si assiste ad una maggior segregazione dei ruoli.
Cosa si può fare per ammorbidire maggiormente questa netta divisione dei compiti?
L’ISTAT ci dà una timida speranza perché rileva che la maggior parte delle donne diplomate, laureate o impiegate in un’attività retribuita, possono contare su una maggior partecipazione dei padri e dei figli maschi alla vita domestica; in queste famiglie esiste una socializzazione egualitaria, che permette ai figli di avere una mentalità meno rigida e più aperta alla diversità di genere.
La cultura e il lavoro quindi, per superare gli ostacoli della tradizione che impediscono alle donne di disporre del proprio tempo in un’occupazione retribuita o semplicemente nella cura di se stesse, mentre un maggior intervento assistenziale dello Stato sarebbe necessario per permettere a mamme coraggiose di respirare un po’ tra impegni lavorativi e familiari.
Le donne italiane devono intraprendere un difficile viaggio alla ricerca del tempo perduto, un viaggio reso tortuoso non solo dal tradizionalismo societario ma anche dalle istituzioni, che, attraverso l’indifferenza verso le politiche familiari, fomentano i peggiori stereotipi culturali degli italiani.

Benedetta Cucchiara

 

2 pensieri su “Il tempo delle donne

  1. Non mi trovi molto d’accordo con alcune affermazioni di questo articolo.
    1° – Ritengo sia perfettamente naturale che una donna single dedichi molto più tempo a lavori extra-casalinghi, non fosse altro che per mantenersi deve contare solo ed esclusivamente sulle proprie forze e, anche volendo, non potrebbe scegliere diversamente, senza poi considerare che le lavoratrici italiane sono discriminate anche per quanto concerne la retribuzione e percepiscono uno stipendio mediamente più basso, anche a pari orario di lavoro e mansioni, rispetto ad un maschio. I famosi contratti part-time che consentirebbero ad una donna sposata di non rinunciare alla propria attività lavorativa, contribuendo quindi al budget familiare, né alla cura dei figli sono un miraggio e dove invece vengono adottati gli orari, distribuiti in turni di sette giorni (vedi settore terziario, ma non solo) sono mal conciliabili con le esigenze dei figli.
    2° – Credo non sia preciso sostenere che le donne italiane, rispetto ad altre di nazionalità diverse, non possono godere di tempo libero se non in età molto avanzata. Fermo restando che con il welfare che ci ritroviamo l’unico sostegno ad una donna che ha figli e lavoro è rappresentato dalla nonna, credo sia corretto dire che spesso poter disporre di tempo libero dipende alla estrazione economico-sociale della donna di turno. C’è una distinzione netta fra classi sociali, basti vedere come di signore bene siano pieni i centri estetici, i negozi, le palestre, ecc…
    3° – Per quanto riguarda il dato Istat sulla relazione fra livello culturale e “socializzazione egualitaria”, beh, mi permetto di dissentire. Non a caso, andando a spulciare i dati relativi ai casi di stalking e omicidi, si riscontra come gli assassini e persecutori di ex compagne/mogli/figlie ecc …. ecc…. appartengano a tutte le classi sociali, con formazione culturale elevata o meno, senza differenze percentuali rilevanti. La collaborazione familiare, nei lavori di casa come nella custodia dei figli, non è in relazione al titolo di studio raggiunto dai coniugi, anzi. Mio padre aveva la terza elementare ma aveva un rispetto per il lavoro e la dignità della donna che raramente ho riscontrato in tanti laureati che conosco e sempre ha collaborato con mia madre, anche nelle pulizie di casa. No, credo che in questo caso l’ISTAT abbia sbagliato alla grande, e forse non a caso, avendo sottolineato la differenza di ceto fra un comportamento ed un altro.

    In ogni caso la verità è solo una: la società è ostile alla donna e la vuole relegata in un ruolo che si arroga il diritto di definire sulla base di convenzioni sociali misogine.

    • In merito al secondo punto posso dire che sì, è vero che il tempo da dedicare a se stesse è maggiore per le donne benestanti. Ma io faccio sempre riferimento alla maggioranza delle donne, che di certo non hanno i soldi per visitare tutte le palestre e i centri benessere.
      Per quanto riguarda il terzo punto, è vero che l’ intelligenza non si impara a scuola, ma è anche vero che la scuola può insegnare il rispetto della diversità e può aprire la mente, superando certi concetti stereotipati.
      Capisco le tue critiche, ma devi anche capire che si tratta di semplici dati, che illustrano in modo generale la situazione delle donne italiane. Ci sono tante eccezioni, tantissime variabili che intervengono a modificare il comportamento di una persona. Il mio è un semplice articolo è non vuole di certo essere un trattato di psicologia.
      Grazie per il tuo commento

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