Il dress code e la sessualizzazione del lavoro femminile

 

Gonna corta, tacchi vertiginosi e trucco da makeup artist. Non sono i requisiti per accedere ad un provino di veline e di Miss ma sono diventate le condizioni per avere e soprattutto mantenere un posto di lavoro. Anche se siamo in periodo di saldi, molte aziende britanniche non hanno fatto alcuno sconto alle dipendenti negligenti che, in barba al dress code più estremo, hanno deciso di indossare un paio di scarpe basse e proprio per questo sono state messe alla porta. Rigore anglosassone o prassi diffusa anche in Italia?

Uk- Usa: l’alleanza della gonna corta

Nicola Thorp, una ragazza londinese, ha deciso di dire la sua. Dipendente presso una società di consulenza, nel 2015 è stata licenziata a causa del suo recidivo abbigliamento minimal che prevedeva scarpe basse e pantaloni. Il suo caso è stato esaminato dalla Women and Equalities Commission, ma non è di certo il primo: numerose infatti sono le segnalazioni di ragazze e donne obbligate ad indossare camiciette dalle scollature abissali e a truccarsi pesantemente. A molte di loro è stato imposto di sbottonarsi la camicia per attirare la clientela maschile durante lo shopping natalizio. La Thorp grazie alla sua petizione on line, che ha raccolto 150.000 firme, ha sollevato un problema esistente da moltissimi anni ma invisibile a causa della paura delle dipendenti di essere licenziate. Nonostante l’approvazione dell’Equality Act del 2010, il parlamento inglese ha rassicurato le lavoratrici che sarà presto discussa una implementazione della norma già esistente.

Se i britannici stanno correndo ai ripari per arginare il fenomeno, dall’altra parte dell’oceano gli Stati Uniti sì stanno impegnando per diffonderlo, facendo un passo indietro nel raggiungimento delle pari opportunità. Secondo il sito Axios, il nuovo presidente americano Donald Trump avrebbe trasferito la sua ossessione per l’aspetto fisico anche allo staff della Casa Bianca, imponendo alle «donne di vestirsi da donne». «Trump vuole che le sue dipendenti si vestano da donna – dice una fonte che ha lavorato con il presidente durante la campagna elettorale – Le donne che lavorano con lui si sentono obbligate a indossare vestiti per impressionarlo favorevolmente». Quindi, tacchi a spillo e gonne per le donne del Presidente, un must per chi vuole entrare nella stanza ovale ed ottenere i favori del magnate.

Il dress code in Italia e la diffusione del beautismtacchi

E in Italia? Anche le nostre connazionali sono obbligate a tacchi e gambe scoperte per impressionare favorevolmente l’universo maschile?

Nel nostro Paese la normativa vigente offre al datore di lavoro un ampio potere discrezionale per quanto riguarda l’ abbigliamento dei dipendenti, un potere che però non deve ledere la dignità e la personalità di ogni lavoratore. In determinati tipi di attività lavorative, o di luoghi di lavoro, può essere previsto l’utilizzo di un particolare abbigliamento nello svolgimento della prestazione lavorativa. Ciò può avvenire o per ragioni di sicurezza (D.Lgs. 81/08 – artt. 74 e seguenti) o per volontà del titolare, il quale non deve in nessun caso recare pregiudizio al lavoratore. Quindi il datore di lavoro, se da un lato può imporre ai dipendenti l’utilizzo di particolari indumenti, ( obblighi specificati nel contratto individuale e/o nel contratto collettivo nazionale), dall’altro però deve fare in modo che questo obbligo sia sempre connesso alla prestazione lavorativa. Ora, possiamo considerare il tacco come estensione del lavoro e dell’impegno? Oppure è da considerarsi un corollario della carriera il fatto di acquisire nuovi clienti (o ammansire quelli esistenti) sessualizzando le lavoratrici? È necessario chiedere alle dipendenti il rispetto di alcune regole basilari ( cura della persona, pulizia e look non estremi), ma imporre abiti succinti e comportamenti seducenti rischia di avere a lungo termine effetti non trascurabili sull’identità della dipendente.

Esiste una sentenza (Pret. Milano 12/1/95, est. Curcio, in D&L 1995, 349, nota VETTOR, Minigonna e discriminazione sessuale) che ha giudicato illecito imporre alla lavoratrice la modifica del proprio abbigliamento senza giustificazioni. Il titolare in questione aveva chiesto alla segretaria di sostituire la gonna con una tuta da metalmeccanico per far terminare gli apprezzamenti dei colleghi maschi: la sentenza ha sottolineato che questo comportamento viola gli artt. 3 Cost., 1 L. 903/77 e 4 L. 125/91( Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso), nonché l’art 2 ( la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo) in quanto il titolare ha leso la dignità e la riservatezza della lavoratrice. Il datore di lavoro è stato obbligato a risarcire il danno ai sensi degli artt. 2049 e 2087 c.c.

Alla discriminazione basata sull’abbigliamento si è aggiunto un altro fenomeno, il beautism, cioè la richiesta della bella presenza per poter accedere ad un impiego e per bella presenza non intendiamo solo cura della persona, ordine, pulizia, abbigliamento appropriato, educazione e cortesia, ma soprattutto la bellezza, la giovinezza e la magrezza. Negli USA un noto casinò di Atlantic City ha imposto alle dipendenti di non ingrassare dopo l’assunzione. E se torniamo nel nostro bel Paese, numerosi sono gli annunci che richiedono una foto a figura intera per candidarsi ad offerte di lavoro molto lontane da palcoscenici televisivi, che nulla hanno a che vedere con le taglie da fotomodelle.

Mentre molte lavoratrici continuano a sottostare ad obblighi illegali, altra hanno deciso di agire. La sfida di Trump è stata accettata e molte donne hanno risposto con l’hashtag #dresslikewoman#, pubblicando le foto delle loro divise da medico, poliziotto, militare. Ma, a mio avviso, il commento più significativo è quello di Amanda Mc Neely che zittisce le pretese donaldiane di trasformare donne modello in donne modelle.

Amanda Mc Neely: «Come vestirsi da donna. Primo passo: essere una donna. Secondo passo: mettersi qualcosa addosso e congratulazioni ti sei vestita da donna».

Benedetta Cucchiara